Anna Marchesini mi uccise

Non mi piace parlare di chi muore: non può difendersi nè ascoltare… stavolta però è diverso e ve ne renderete conto.

Avevo sette anni e mi trovavo a Castell’Umberto, un paesino dell’entroterra siculo in provincia di Messina, un agglomerato di case sfigatissime, che erano state costrette a sorgere lì dopo che il paese medievale, quello vero, coi campanili, il monastero, i monumenti, era crollato a seguito di un terremoto. A quei tempi i nostri divertimenti erano pochi: correte per le strade del paese, lanciarci giù per strade in pendenza a bordo di veicoli improvvisati, il panino con la mortadella, la granita, le polpette fritte, il formaggio… in poche parole o mangiavamo o facevamo danni.

In quell’estate la mia vita si fermò: ero stato investito da una donna che avrebbe influenzato tutta la mia vita. Ero seduto nella stanza dove noi bambini eravamo soliti annoiarci mentre gli adulti i concedevano il loro riposino pomeridiano. Normalmente in tv passavano sceneggiati in bianco e nero noiosi, programmi che non capivamo o cartoni animati. Quell’estate però, all’improvviso, apparve sullo schermo una figura minuta, simpatica, che si mise al centro del palco e salutò. Al suo “Salve” fu come essere tramortiti da un treno in corsa: morti al suolo e rinati. Una comicità che ti fa sbellicare anche quando sono passate ore, al solo ricordare quelle battute. Un testo senza parole a effetto: semplice eppure meravigliosamente esilarante. Per la prima volta sognai d’essere li, a far ridere allo stesso modo, a giocare su un palco. Poi vennero Garinei e Giovannini, poi ancora Grillo, Crozza, e infine lo studio di personaggi come Aldo Fabrizi. Ma lei fu la prima.

Ancora oggi saluto e inizio le email con “Salve”… ora sapete perchè.

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